Epilogue

Quello in cui parlarono dei rispettivi stati coniugali fu l’ultimo incontro del dott. Mark Vincenzo con Claire Cahill.

Mark morì otto anni più tardi nel pieno delle sue funzioni professionali (si trovava in studio e stava usando il lettino). La paziente, purtroppo, non fu in grado di spiegare esaurientemente le dinamiche del fatto. L’autopsia indicò come causa di morte “infarto del miocardio”.

Due anni dopo l’ultima seduta di Claire, Duncan Trait fuggì dal carcere di massima sicurezza in cui era recluso con quella che i giornali definirono “un’uscita di scena degna di Houdini”. Non fu mai catturato.

A tre anni dall’ultima seduta con Mark Claire Cahill, profondamente in crisi dal punto di vista lavorativo, si ritirò dalla professione. Voci ben informate sostennero che non si era mai ripresa dalla sconfitta che la fuga di uno dei suoi vecchi pazienti aveva rappresentato.

Si trasferì alle isole Barbados dove aprì un ristorante etnico che presto diventò famoso per l’alta qualità della cucina.

Due anni dopo lo chef dell’ “Anemone” fu insignito del premio Pastry Chef of the Year dall’American Culinary Federation.

Stranamente non si presentò mai alla premiazione, che avveniva in suolo statunitense.

Il professor Greg Hunter presentò al Congresso Nazionale dell’American Psychiatry Society una relazione di duecento pagine sul metodo clinico di Claire Cahill. Individuava e descriveva più di duecento fattori terapeutici aspecifici coinvolti nel processo, e concludeva affermando che “per l’estrema complessità e la rilevanza individuale del terapeuta il metodo della dott. Cahill non è standardizzabile.”

Joshua e Bob, terminato il dottorato alla Yale University, entrarono in rottura col vecchio insegnante ed iniziarono a sostenere che il metodo terapeutico Cahill poteva essere replicato.

Purtroppo non sopravvissero al protocollo di convalida..

postillame

E abbiate pietà della mia logorrea.

Da quanto ho iniziato a scribacchiare (e cioè all’incirca quando ho preso dimestichezza con quello strano oggetto chiamato “penna”, intorno ai sei anni) ho sempre provato uno schifo viscerale per le storie “senza trama”. Le mie letture preferite erano i famosi libri per ragazzi che adesso sembrano scomparsi, come quelli di Salgari, di Kipling, di Stevenson e di London. Insomma, le trama doveva esserci.

Immagino che questo sia un’atteggiamento scusabile in una bimbetta di sei anni, se non fosse che questa testarda convinzione ha continuato a crescere con me, come un herpes non curato.

Quando ho letto Shakespeare ero troppo piccola per capirne la profonda poetica (cosa che i miei genitori, che me l’avevano consegnato, evidentemente non avevano preso in considerazione), ma mi piacevano le trame. Mi piaceva la trama di Moby Dick, e mi piaceva la trama di Uomini e no (tanto per citare due dei miei romanzi preferiti). Il che è piuttosto strano, visto che sia in Moby Dick, sia in Uomini e no la trama non è certamente centrale.

Questa predilezione per i libri e i racconti dotati di trama continua ancora adesso, tanto è vero che tra tutte le cose acide e petulanti che posso dire di un romanzo quando ne scrivo la recensione, la frase “la trama non regge” è in assoluto il segno più evidente che lo considero infame.

A forza di scrivere, poi, ho messo a punto un meccanismo quasi automatico per la “produzione di trame”. Credo che sia un fatto piuttosto comune, in realtà.

Insomma, ho un sacco di isterismi e manierismi, ma un racconto senza trama non l’avevo mai scritto. Il che non significa che il resto della mia produzione (in gran parte e giustamente inedita) sia migliore di C1 (il titolo di lavorazione del racconto che avete appena finito di leggere), ma semplicemente che è la prima volta in assoluto che provo a scrivere un racconto privo di una qualsiasi spina dorsale.

Per questo motivo un po’ lo disprezzo.

Ci sono altri motivi che non ne fanno il più bel racconto del cosmo e che vedo senza aver voglia di correggere. Il finale è tagliato con l’accetta (altra cosa poco abituale nei miei racconti) e l’insieme è vagamente insignificante.

D’altra parte non avrei messo on-line un racconto pubblicabile altrove, come mi pare di aver già detto in precedenza. Non è una questione di scarso rispetto per l’utenza internettiana, ma un semplice calcolo economico. Spero che la mia schiettezza non offenda nessuno.

Non era mia intenzione “promuovermi” con questo blog e quell’intenzione direi che è rispettata dal fatto che trovo questo racconto molto poco “promozionale”. Io non lo pubblicherei.

Questo racconto, però, è stato divertente da scrivere in un momento in cui stavo scrivendo altre cose serissime (leggi: di persone vere con veri problemi mentali) e di cose meno serie ma ugualmente impegnative (leggi la sceneggiatura del mio fumetto).

Per me si è trattato fondamentalmente di uno studio (divertente, per me) sui dialoghi. Cioè su come si possano scrivere dialoghi senza avere una storia. Non è una novità. C’è gente bravissima a farlo. Ma io non avevo mai provato.

La mia idea è che potrei applicare un certo ritmo e un certo vagare dialogico anche in un racconto con trama o in uno script per un fumetto. Cosa che in effetti sto facendo.

Un secondo ordine di “postillame” riguarda i fatti psicopatologici a cui si fa cenno nei vari capitoletti. In parte credo di aver già espresso le mie opinioni più serie e professionali man mano che postavo i vari pezzi.

Dal punto di vista psicopatologico questo racconto è un NONSENSE. Metà dei fatti descritti è inesistente, metà è decontestualizzata, metà è semplicemente “pasticciata”. (ma quante metà ci sono?). Se volete potete definirlo FANTAPSICHIATRIA.

I serial killer notoriamente non si curano. Si possono curare alcuni dei disturbi di cui queste persone soffrono, ma il sistema migliore per evitare che uccidano ancora è di gran lunga quello di tenerli rinchiusi.

Gli psicopatici, che di solito non sono serial killer, secondo alcuni si curano e secondo altri no. Tra quelli che tentano delle terapie, spesso con successo, mi piace citare il professor Franco del Corno, da cui ho anche attinto per descrivere alcuni aspetti del dott. Mark nel mio racconto. Potete trovare i suoi libri su BOL.

Fortunatamente in Italia esistono molti psicoanalisti diversi sia dalla mia versione deontologicamente scorretta sia dalla versione “tu parla io dormo” con i quali il racconto se la prende. Vorrei fare tutti i nomi, ma questo post non avrebbe davvero fine, quindi mi limiterò a citare Giordano Fossi, che ho avuto l’onore di avere come insegnante. Insieme a lui fate come se avessi nominato tutti i terapeuti intelligenti e ironici che svolgono il loro lavoro su e giù per il mondo.

Una citazione di merito completamente a parte va alle persone che studiano e cercano di capire il comportamento criminale senza tapparsi occhi, bocca ed orecchie e per maggior sicurezza nascondere la testa sotto la sabbia. Onestamente non è una categoria molto numerosa (vedi i vari “esperti” televisivi), ma coraggiosa e tenace, che finirà per avere il sopravvento. Spero.

Tra tutte le cose di cattivo gusto e autolesioniste che chi scrive riesce a fare, scrivere biografie eroiche di veri serial killer che hanno ucciso vere persone è una delle più disgustose. La linea di demarcazione tra fiction e realtà dovrebbe essere un po’ più solida, secondo me. Nel senso realtà > fiction, of course.

Fine del comizio.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. gh7 ha detto:

    Niente male, come postille. Le si vedrebbe meglio all’inizio, con l’antico titolo di ‘giustificazione dell’opera’.
    Per il resto, giusto non pubblicare il racconto, ma più giusto ancora averlo messo on line. Brava molto.

  2. sraule ha detto:

    gh7: mi metti quasi in soggezione a non rivolgermi le solite spietate critiche! Grazie per l’editing, in ogni caso!

  3. brullonulla ha detto:

    io invece non riesco proprio a pensare alle trame. anche nei film, non riesco a guardare alla trama. guardo romanzi e film come oggetti statici. la fotografia, la scrittura, la recitazione, al limite i personaggi. la trama mi sembra sempre il loro svolgersi ovvio delle cose. il mio ideale di romanzo è un testo infinito, dove non c’è nessuno e non accade niente, però scritto benissimo. ovvio che è impossibile, e se lo fosse sarebbe una merda.

    il che vuol dire che non sono portato per la scrittura, forse, nonostante per anni abbia sempre pensato il contrario.

    sob.

    ora raule, se ci vuoi bene (ci=me, armaduk), copi-e-incolli tutto e ce lo spedisci in comodo formato .doc o .pdf 🙂 grazie!!

  4. sraule ha detto:

    Brullo: ho sempre ammirato le tue capacità di scrittura. Penso che il dottorato (che detieni) ci abbia privato di uno dei maggiori talenti letterari del secolo.

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