okay, siamo veramente quasi alla fine. questo è il penultimo capitoletto. avrei veramente molte cose da dire riguardo a questa storia breve (e alcune le ho già dette all’inizio) e non credo che resisterò alla tentazione di inserire delle postille. in fondo questo è il mio blog e ho diritto di annoiarvi in lungo e in largo.

prima di tutto questo, però, vorrei condividere un brano di un’intervista con voi.

ho già detto in numerosissime occasioni che l’autore che più stimo a livello personale e professionale è andrew vachss, la cui homepage è linkata qui a fianco (e merita davvero una visita). ci sono magari altri autori che leggo più volentieri o che secondo me scrivono meglio (molto molto pochi), ma vachss e sua moglie alice rimangono sempre i due punti di riferimento personale per il coraggio, l’intelligenza e la perseveranza con cui difendono le proprie idee. sono veramente unici e rari.

non è un mistero per nessuno che il personaggio della serie a fumetti che sto scrivendo (inside) non si chiama “andrew” per caso.

è anche in considerazione di ciò che vorrei inserire come prima e anticipta postilla allo sciocco racconto che ho scritto un brano tratto da un intervista che vachss ha rilasciato a Rob Holden su http://www.readersroom.com/coffee61.html:

“Anyone who believes that a Ted Bundy or a Charles Manson is a bio-genetic misfire or the result of bad DNA is just plain hopeless, a person whose ignorance is a self-inflicted wound. We make our own monsters. We build our own beasts. The serial killers and pattern rapists and other monsters who terrify us (and titillate some degenerates) have a clear etiology. Failure to intervene in child abuse … or, worse, to intervene in such a way as to condone the abuse — children, after all, being the “property” of their owners (parents), we are contributing to the production line of predatory perversion. If we don’t understand that child protection is crime prevention, we will continue to be haunted by the results of that misjudgment.”

ossia:

“Chiunque creda che un Ted Bundy o un Charles Manson sia un cilecca bio-genetico o il risultato di un cattivo DNA è semplicemente senza speranza, una persona la cui ignoranza è una ferita autoinflitta. Noi creiamo i nostri mostri. Noi costruiamo le nostre bestie. I serial killer e gli stupratori seriali e gli altri mostri che ci terrorizzano (e che titillano la fantasia di certi degenerati) hanno un’eziologia chiara. Mancati interventi in casi di abuso infantile… o, peggio, intervenire in modo da condonare l’abuso — essendo, dopo tutto, i bambini “proprietà” dei propri proprietari (i genitori), stiamo contribuendo alla linea di produzione della perversione predatoria. Se non capiamo che la protezione dell’infanzia è prevenzione del crimine, continueremo ad assere perseguitati dai risultati di questo errore di giudizio.”

Chapter six (part II)

Mark iniziava ad essere abituato agli ingressi improvvisi di Claire. Siccome erano più o meno due anni che non avevano una vera conversazione iniziava quasi ad aspettarselo. C’era una strana regolarità nei suoi momenti di crisi. Probabilmente li pianificava attentamente e li inseriva tra un appuntamento e l’altro.

“Ciao Mark” esordì lei “Salvami dalla gaffe del giorno. Sei ancora sposato, vero?”

Lui alzò gli occhi al cielo. “Sto divorziando.”

“Di nuovo?”

“A quanto pare.”

“Dev’esserci qualcosa che non va in te” si era seduta sulla sedia di fronte alla sua scrivania, poi aveva cambiato idea e si era stravaccata sul divano.

“Tu credi?”

Lei aveva socchiuso gli occhi. “Non ne ho idea. Russi?”

“Credo di no. Qualcuno me lo avrebbe detto.”

“Allora strizzi il dentifricio nel mezzo.”

“A dire il vero no. Però lo fa lei. È una cosa che detesto.”

“Ecco spiegato il problema. I tubetti del dentifricio ogni anno causano più divorzi delle corna.”

“Le ho anche fatto le corna.”

Lei aprì gli occhi del tutto, l’espressione vagamente incuriosita.

Lui inarcò le sopracciglia.

“Con una paziente. Be’, ex-paziente, adesso.”

Claire, stranamente, non la prese affatto con una risata come Mark si era aspettato, bensì si mise a sedere sul divano e lo guardò con grande disappunto.

“Dovrò cercarmi un altro terapeuta” disse.

“Guarda che non avevo mica intenzione di farlo anche con te.”

Lei fece un gesto scocciato nell’aria.

“Claire?”

“Come fai a darmi un consiglio, se non puoi essere obiettivo?”

“Non credo di capire.”

Lei si risdraiò di scatto. Sbuffò e poi ridacchiò. Be’ alla fine aveva ridacchiato almeno.

“Mio Dio… era carina, almeno?”

Mark sollevò entrambe le sopracciglia con fare esplicativo.

“Che mandrillo.”

“Continuava a venire con gonne sempre più corte e si sdraiava sul divano come… be’, come se fosse dal ginecologo, invece che dall’analista. Non sono fatto di pietra neanch’io, sai?”

Lei lo fissò.

“Siamo due anime gemelle, Mark. Questa è la verità. Lascia perdere la paziente e scappiamo insieme alle Barbados.”

Mark rise.

“Allora, che cosa è successo a te, invece?”

“Stessa cosa. Be’, a parte la faccenda della gonna, ovviamente.”

Lui sgranò gli occhi, sporgendosi verso di lei.

“Non è quello che penso, vero?”

Claire sporse le labbra in fuori. “E che cosa pensi?”

“Al professor Hunter molto molto sottosopra.”

“Santo cielo, no! Non riuscirei mai a farlo davanti al professor Hunter. Ce l’avrei sulla coscienza, povero vecchietto.”

“E allora dove? Nel tuo studio. Ho sentito qualche strano rumore, in effetti…”

“No, quello era Stuart con una crisi d’asma.”

“Stavo giusto pensando che era un po’ troppo rantolante. E poi non capivo perché tu dovessi gridare: respira, respira!”

“Sono andata a letto con Ted.”

Mark sgranò di nuovo gli occhi. “Merda” borbottò.

“Già.”

Lui ridacchiò. “E come…”

Claire sorrise: “Fa-vo-lo-so.”

“Oh, cielo. Non intendevo quello. Volevo sapere che cos’è successo prima.”

“Ah. Be’, stavamo guardando Odissea nello Spazio.”

“Ah sì?”

“Okay. A casa mia.”

“Strano, pensavo che gli avessero dato l’ergastolo… sai, per quelle due o tre persone che…”

“Licenza. Ora è in carcere, in effetti.”

“Claire…”

Si voltò verso di lui e sospirò.

“Mi sono lasciata prendere dalla libido e… uffa. Non era solo libido. Ma perché non posso trovarmi un normale ragazzo aggressivo-passivo con il terrore del matrimonio e che vive con la madre, come tutti?”

Mark inclinò la testa da un lato.

“E… hem. È andato tutto liscio, giusto?”

“Intendi dire a parte il morso quasi-mortale sul collo?”

“Er…”

“Sto scherzando.”

“Già, be’. Lo intuivo. Indossi una maglia a collo alto, però.”

Lei si tirò giù il maglione, mostrando la pelle priva di imperfezioni.

“Guarda che ti credo.”

“Certo, la mattina dopo siamo andati un po’ sul selvaggio, ma nei limiti della decenza.”

“Ah, quindi c’è stata anche una mattina dopo.”

“Se è per questo c’è stato anche un sabato all’ora di pranzo.”

“Quindi in tutto abbiamo almeno tre episodi.”

“Io direi almeno sei o sette. Senza contare le doppiette.”

Mark si appoggiò una mano sulla bocca. “Diavolo, donna.”

Lei si girò su un lato, la testa appoggiata sulla mano.

“Erano millenni che non lo facevo.”

“Forse avresti dovuto continuare così.”

“Ci ho pensato anch’io.”

“E a che conclusioni sei arrivata?”

Lei corrucciò la fronte. “Mh. Ho analizzato la cosa da un punto di vista razionale.”

“E?”

“Razionalmente parlando si tratta di una situazione potenzialmente imbarazzante.”

“Ma va?”

“E molto complicata.”

“Giusto.”

“Ma io mi sentivo così bene…”

“Naturale. Ti stavi portando a letto uno degli uomini più belli del circondario. Però…”

“Mi piace il colore dei suoi occhi.”

“Sei partita, giusto?”

Claire sospirò. “Su tutta la linea.”

“E lui che cosa dice?”

Lei arricciò la fronte. “Che sono pazza.”

“Incoraggiante.”

“Oh, sai…”

“Lui è innamorato di te, giusto? Ma di te o di sua mamma?”

“E che cosa ne so io?”

“Be’, considerando che sei la sua terapeuta…”

“L’ho mollato due anni fa.”

“Claire… cerca di prenderla nel verso giusto, però…”

Lei alzò una mano. “Non c’è verso che io la prenda nel verso giusto, se stai per dire quello che penso. Io non faccio errori professionali. Personali magari sì, ma professionali no.”

“Ah, quindi lui adesso è… che cosa? Il vicino di casa ideale?”

Claire sbuffò. “È un settanta-percento.”

“Cioè? Settanta percento normale o settanta per cento fuori di zucca?”

“Davvero, stai diventando insultante.”

“Okay. Il settanta per cento ti sembra sufficiente?”

“Bho? La maggior parte della gente che conosco viaggia molto al di sotto.”

“Tu conosci praticamente solo psicopatici.”

“Non stavo parlando di loro.”

“Okay. Accantoniamo questo argomento. Parliamo dei problemi pratici. Ci hai pensato?”

Lei si nascose la faccia con le mani.

“Sto scappando.”

“Come al solito.”

“Ho sempre odiato i parlatoi.”

Mark rimase in silenzio.

“Immagino che dovrei lasciar perdere, giusto? Ma non voglio.”

Per la prima volta da quando la conosceva Claire sembrava vicina davvero arrabbiata.

“Penso che dovresti far passare un po’ di tempo.”

“E poi?”

“Poi prendere una decisione precisa.”

Lei alzò lo sguardo su di lui.

“Hai ragione” annuì, con una strana occhiata.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. utente anonimo scrive:

    Sto aspettando che sia finito, dato che ooodio leggere i racconti a spizzichi e bocconi. Hai modo di mettere online una versione con TUTTI gli spezzoni uniti? E Ancora: ma ce l’ha un titolo?

  2. brullonulla scrive:

    Sto aspettando che sia finito, dato che ooodio leggere i racconti a spizzichi e bocconi. Hai modo di mettere online una versione con TUTTI gli spezzoni uniti?

    mi unisco all’appello dell’ottimo armaduk.

  3. gh7 scrive:

    Mi dissocio dagli appelli anteriori. Questo è un feuilleton, non avrebbe senso riunirlo in un megafile prima che siano finiti tutti i capitoletti. E, in quanto feuilleton, lo si trova soddisfacente, e di molto.

  4. sraule scrive:

    qui la voce del padrone: il racconto, o feuilleton che dir si voglia, è quasi finito.
    quando anche l’ultimo capitolo sarà postato vi fornirò un link ad una pagina dove si potrà leggere il racconto intero. non prima.

    riguardo al titolo… miei cari, questo è un problema. io fornisco un titolo alle cose che scrivo sempre alla fine, ma in questo caso il mio cervello è vuoto. di solito nel frattempo hanno dei titoli di lavorazione. quello di questo era C1. il mio ragazzo mi prende sempre in giro perchè sul desktop del mio computer sembra che sia in corso un’opera di assemblamento di qualche oggetto con molti pezzi. i miei racconti tendono a chiamarsi A1, A2, A3 (quelli della serie di “A”ndrew ward) e via discorrendo.

    se qualcuno ha un’idea la fornisca al più presto!

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