okay, oggi ci tocca un post luuungo e quasi-conclusivo. tra poco sarà finita. smettetela di litigare e COMMENTATE.

Chapter six (part I)

Al quinto anno dopo l’inizio della pena ai detenuti è concesso fare domanda per avere dei permessi annuali (1). Di solito due o tre, di varia durata, le leggi cambiano da stato a stato.

Duncan era andato davanti alla commissione e il dottor Greene aveva perorato con forza la sua causa. Non era stato divertente come Claire, ma se l’era cavata lo stesso bene.

Claire aveva ricevuto la sua telefonata la sera stessa.

“Ciao, sai chi sono?”

“L’uomo nero? Sei Duncan: quasi la stessa cosa.”

“Tra una settimana esco. Un permesso di tre giorni. So che sei terribilmente impegnata, ma devi almeno trovare il tempo di farti offrire un caffè.”

“Fammi controllare sull’agenda.”

“Stai scherzando? Per un caffè?”

“Ovvio. Giovedì tre Luglio… fortunello: sono libera dalle dieci alle undici. Di sera, ovviamente. E poi… venerdì quattro… mmm, un mio paziente ha la visita medica, dalle sette alle dieci. Sabato… sabato butta male. Ho un buco di mezz’ora all’ora di pranzo. Se non mangio, ovviamente.”

“Ok, ok. Ci vediamo venerdì alle undici. Dove?”

“Sei tu quello senza macchina.”

“Il mondo abbonda di taxi.”

“Al bar Rewind, allora. Centocinquantasettesima e Broadway.”

“Alle undici. Ciao.”

Duncan era uscito di carcere alle nove del mattino, aveva preso un autobus fino in città, aveva prelevato qualche soldo in banca. Il suo libretto di risparmio era praticamente a secco, dopo cinque anni di prelievi e nessun versamento, ma che cosa ci doveva fare? Forse avrebbe trovato un lavoro in carcere. Aveva prenotato una camera in un albergo a poco prezzo e si era comprato dei vestiti nuovi. Jeans e camicia erano più che sufficienti, in Luglio.

La città gli aveva fatto uno strano effetto. Il rumore, l’odore, la gente lo avevano lasciato un po’ stranito.

Un paio di donne sulla trentina gli aveva rivolto una serie di commenti lusinghieri, ma in realtà Duncan aveva il segreto terrore che qualcuno lo riconoscesse. Era stato sui giornali di metà degli Stati Uniti.

Intorno alle sei era tornato in albergo e aveva passato un po’ di tempo leggendo.

Poi era di nuovo uscito per cenare (cinese) e aveva iniziato ad incamminarsi lentamente verso la Centocinquantasettesima.

Alle undici meno dieci sedeva ad un tavolino del Bar Rewind, bevendo un caffè lungo. Alle undici e cinque guardava l’orologio, iniziando a sospettare il bidone.

Alle undici e dieci stava per alzarsi, quando Claire era entrata di corsa nel bar.

“Scusa, scusa, scusa!” aveva guaito, quasi rovesciando un tavolino. Gli era saltata al collo, abbracciandolo.

“Iniziavo a pensare che mi avessi bidonato.”

“Mio Dio, fatti guardare… ti stanno bene quei pantaloni.”

“L’hanno detto anche un paio di signorine, oggi pomeriggio.”

“Uh-uh.”

“E poi se ne sono andate. Sulle loro gambe, devo aggiungere.”

“Allora, mi offri questo caffè o te lo bevi tutto da solo?”

Duncan fece cenno alla cameriera di raggiungerli.

“Caffè nero, per lei, dottoressa?” chiese quella, già con il bricco in mano.

“Hey, ma è universalmente noto che sei una dottoressa?” si informò Duncan, una volta che la cameriera fu scomparsa.

“Sarebbe strano, se non fosse che faccio colazione qua ogni mattina. Anzi, la cameriera starà perdendo il fuso orario, a vedermi di sera.”

Lui si guardò intorno.

“Fammi esplorare il tuo habitat.”

“Ma quale habitat, ci passo sì e no cinque minuti al giorno. Se vuoi esplorare il mio habitat devi venire in casa mia.”

“Ah, questo è un invito interessante. Mi sarò cambiato la biancheria intima?”

“Sai dove dormire, vero?”

“Smettila di fare la chioccia. Sono in albergo.”

“Uh, hai ragione. Dai, vieni con me, ti voglio far conoscere il vasto mondo di Claire…”

Duncan aveva pagato il caffè e aveva seguito quella specie di tornado umano fuori dal bar. Si era infilata in un austero portone lì a fianco e aveva salutato con un gesto distratto il portiere nella sua garrita. L’atrio del palazzo era alto e marmoreo, abitato da piante in vaso semi-moribonde.

Salirono sull’ascensore che li portò fino al settimo piano, uno dei più alti.

Claire aprì una pesante porta blindata con tre serrature sopra, disattivò l’allarme e gli fece strada.

Duncan si guardò attorno.

Erano in un salotto aperto piuttosto vasto, arredato con un lungo divano imbottito blu, un largo tappeto orientale, alcune lampade a stelo e mobili di legno chiaro. Sopra al televisore si allungava una sparuta collezione di videocassette (niente DVD) e sul davanzale di una finestra c’era un bonsai. Si vedeva che l’arredamento era pensato con cura, ma si vedeva anche che nessuno passava lì molto tempo.

“È bellissima, Claire. Il tappeto è favoloso.”

“L’ho preso in Marocco… hem, dieci o dodici anni fa. Ma quel tipo di tappeto dura un sacco.”

Lo aveva guidato attraverso una porta, prima in cucina (grande, pulita, anzi, immacolata, probabilmente col forno ancora incellophanato), poi nello studio (piccolo, caotico, l’unico posto davvero vissuto dell’appartamento), bagno num.1 (grande, piastrellato di azzurro), bagno num.2 (piccolo, piastrellato di verde), camera degli ospiti (in stato di semi-abbandono), camera sua (leggermente meno abbandonata, con i vestiti lanciati in giro), e poi di nuovo salotto.

“Allora, dimmi che cosa vuoi fare. Per ancora un’oretta sono tutta tua.”

“Scusa se te lo chiedo, ma hai un appuntamento a mezzanotte?”

“Sì, con le mie lenzuola. Anche se visto che domattina sono libera dalle sette alle dieci, posso forse concederti una mezz’ora in più. Ma se mi sveglio più tardi delle sette perdo il ritmo sonno-veglia.”

“Sono impressionato. Che cosa volevi fare tu? Prima che ti telefonassi, intendo.”

“Portarmi avanti con gli articoli, ovviamente.”

“Messa così inizio quasi a diventare un salvatore, invece che un rompiscatole.”

Lei lo aveva tirato per un braccio. “Non sei un rompiscatole. Sono contenta di vederti.”

“Be’, se facessi il tuo lavoro non ne potrei più di vedere pazienti. Ma a quanto pare la tua dedizione è totale.”

“Tu non sei mica un paziente. Non più.”

“Ah, bene. Immagino che vista in quest’ottica… guardiamo una videocassetta? Pardon: un pezzo di videocassetta, poi ti lascio andare a dormire.”

“Non so se noti la desolazione su quello scaffale.”

“Tra la desolazione ho notato Odissea nello Spazio, che si da il caso che non ho mai visto.”

“Davvero?”

“Davvero. Ovviamente non puoi ribellarti.”

“Non era mia intenzione. Siediti, vuoi il pop-corn?”

Prese il film e lo inserì nel lettore.

“Pop-corn. Certo.”

Lei infilò una busta nel microonde, di quelle istantanee da tre minuti.

In brevissimo tempo erano seduti sul divano a sgranocchiare pop-corn e a guardare scimmie preistoriche.

“Raccontami come va” fece lei, a un certo punto.

“Bene. Sto guardando un film, e anche se una certa chiacchierona di mia conoscenza vorrebbe sapere se ultimamente mi sono masturbato, me lo sto godendo abbastanza.”

“Ah-ah. Sei spassoso.”

“Davvero. L’ho sempre pensato. È un dono naturale, sai?”

La scimmia stava scoprendo come imparare a dire “no”.

“E tu come stai?”

“Tutto stazionario. Lavoro, lavoro, lavoro. Si può dire che è la prima volta in sei mesi che mi siedo davanti alla televisione.”

“E hai provato a camuffarlo da lavoro.”

“Sono un caso disperato, eh?”

Duncan sgranocchiò un po’ di pop-corn, pescandone una manciata dalla ciotola che Claire aveva appoggiato sul tavolino di fronte al divano.

“Mi manchi” disse, piano.

“E tu mi fai paura. Così ti sto alla larga.”

Lui si voltò verso di lei. Poi si alzò.

“Me ne vado. Hai ragione.”

“Ma cosa stai dicendo?”

Lo ritirò a sedere con un braccio.

“Qui non ci sono guardie, non ci sono telecamere e personaggi loschi dietro ad uno specchio. Hai ragione ad avere paura.”

“Perché? Mi vuoi uccidere? Morirei prima per lo smacco di aver fatto un errore.”

“Non essere sciocca. No che non ti voglio uccidere. Ma capisco che tu ti possa sentire un po’…”

“Non mi conosci affatto bene. Quand’è che Claire scappa? Quando qualcuno le vuole fare la pelle o quando fa un sogno romantico?”

Lui si limitò a fissarla.

“Claire…”

“Guardiamo il film, okay? Fai finta che io abbia detto: hey, ma che grosso osso!”

“Non stai migliorando la situazione.”

“Per via dell’osso o per via del grosso?”

Si misero a ridere entrambi.

Quando smisero erano di nuovo entrambi seduti sul divano, ruotati l’uno verso l’altra, che si guardavano ignorando la perfidia di AL9000.

“A volte quando parli avrei bisogno dei sottotitoli” mormorò Duncan.

“A volte avrei bisogno dei sottotitoli anch’io.”

“Quando parlo?”

“No, quando parlo io. A volte anche quando penso.”

Lui sorrise. “E che cosa viene dopo? Sono confusa?”

“No. Il bacio.”

Duncan sbattè lievemente le palpebre.

“Ad esempio così?” chiese, baciandole la fronte.

“È già un inizio.”

“Lo sai che sono a carburazione lenta. Fammi provare di nuovo.”

Questa volta la baciò sulla bocca, molto piano, sfiorandola appena. Si allontanò di qualche millimetro e provò ad assaggiarsi le labbra da solo, riflessivo.

“Sono sicuro che il prossimo tentativo sarà un pieno successo. Pronta?”

Claire alzò gli occhi al cielo. Lui le si avvicinò ancora, e questa volta la baciò intensamente, profondamente, avvolgendole le braccia attorno alle spalle e alla vita.

Dopo circa due o tre secoli, dal suo punto di vista estremamente veloci, si allontanò di nuovo di qualche millimetro per sorridere.

“Avanti, lodami.”

“Mmm, che bravo Duncan…”

“E non ti ho morso neanche una volta. Sono stato molto attento.”

“Duncan?”

“Sì?”

“Volendo puoi anche farlo.”

(1) assolutamente FALSO. ma se dici qualcosa con sufficiente convinzione c’è sempre qualcuno che ti crede.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Twentythird ha detto:

    Uuuh ma qua stiamo andando su bene ^__^

    Scusa se son rimasto un pò indietro con la lettura, ma ho avuto problemi:-

    Comunque ho recuperato:-) Resto sempre più convinto della mia idea sai.

    P.S.: ti sei persa una H, Hal9000:-)

  2. sraule ha detto:

    traquillo 23rd! rispetto al massacro che farà gh7 tra poco l’H di Hal9000 passerà in secondo piano!

    bentornato nel mio umile blog.

    pure io non ho mai tempo (ad esempio per leggere papiri in corpo 2 scritti nero su bianco, hem). scherzo, oggi pomeriggio passo!

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