Chapter four (part II)

Era il giorno dell’udienza.

Si svolgeva a porte chiuse, ma Mark aveva ottenuto l’accesso come studioso accreditato.

Nessuno in tribunale era sembrato stupirsi che uno studioso accreditato di verifica psicoanalitica volesse assistere. Beata l’ignoranza.

Così Mark era entrato in aula, si era seduto in una delle panche vuote, ed aveva assisitito.

Ted era entrato vestito in giacca e cravatta (era un completo molto costoso e Mark si chiese come l’avesse rimediato), sbarbato di fresco e indiscutibilmente charmant. Aveva non uno ma tre avvocati.

L’accusa aveva esposto le imputazioni e aveva chiesto che venissero messe agli atti le fotografie delle vittime. Mark non le aveva mai viste, ovviamente.

Innanzitutto erano due uomini e una donna. Chissà perché Mark aveva pensato che Ted uccidesse solo donne. Probabilmente per via del soprannome.

Le immagini, ad ogni modo, erano raccapriccianti.

Un uomo era stato morso alla gola con tale forza che gli si era aperto uno squarcio. Ted non aveva mangiato, non si era trattato di un macabro banchetto cannibalico, ma aveva semplicemente morsicato e sputato, morsicato e sputato. Era stato quel cadavere, in effetti, ad incastrarlo.

Era stato sepolto molto in profondità in una zona boschiva, ma Ted non sapeva che ci sarebbero presto stati degli scavi archeologici. Mattew Perry era stato trovato dopo un anno. Grazie al sacchetto di plastica in cui Ted lo aveva avvolto il cadavere conservava ancora il segno dei suoi denti. Era stato in questo modo che alla fine lo avevano incastrato, perché non c’erano testimoni nè altre tracce. Ancora una volta, come Bundy.

Negli altri due corpi la devastazione era stata ancora maggiore. Ma Ted si era evoluto, e aveva tagliato via tutti i bitmarcks.

Purtroppo per lui anche l’ultimo cadavere, quello di Robert Martino, era stato ritrovato troppo presto: solo venti ore dopo la morte. Da un residuo di saliva erano risaliti al DNA dell’assassino.

La donna era bassa e non molto bella (nelle sue foto da viva), da morta era spaventosa. Era rimasta sottoterra quasi sei mesi, priva del sacchetto di plastica.

Il sostituto procuratore ipotizzava che ci fossero anche altri corpi che aspettavano di essere ritrovati.

Quando era stato il momento della difesa Ted si era dichiarato colpevole.

Claire gli aveva detto che era dal giorno dell’incriminazione davanti al Gran Giurì che la mossa era nell’aria. Il sostituto procuratore non voleva patteggiare e Ted doveva convincere il giudice a concedergli le attenuanti, se no quello non si sarebbe fermato prima di ottenere la pena di morte. Era già un miracolo che avessero sospeso il processo per tre anni di seguito, dopo la prima valutazione psichiatrica.

Al momento della dichiarazione di colpevolezza le poche persone in sala avevano trattenuto il respiro, il giudice l’aveva guardato con aria schifata e una donna magra e molto graziosa era scoppiata in lacrime. Mark immaginava che si trattasse della ragazza.

Ted si era voltato verso di lei, le sopracciglia all’ingiù.

La difesa aveva chiesto che venissero riconosciute delle attenuanti.

La corte aveva chiamato a testimoniare la dottoressa Claire Cahill.

Claire era salita sul banco dei testimoni con passo svelto, aveva giurato seccamente e aveva aperto un faldone. Non era un processo con giuria, e pubblica accusa e difesa si sarebbero accordati, alla fine, tuttavia il giudice doveva decidere se concedere le attenuanti o meno.

“Ho eseguito un’approfondita analisi sul signore Trait” aveva esordito Claire, sbrigativa. Nessuno la stava interrogando, il suo era un semplice expertise. Se quella gente avesse avuto delle domande le avrebbero potute fare durante l’esposizione.

“Per un periodo di tre anni ho tenuto sedute bisettimanali con lui. Credo che qua conosciate tutti il mio metodo.”

Il giudice si era sporto sul suo scranno.

“Sì, dottoressa Cahill. È in virtù dei suoi studi che la corte ha rimandato la sentenza. E mi lasci dire che tre anni sono un bel po’di tempo.”

Claire annuì.

“Vorrei inoltre aggiungere che, proprio perché la conosco bene ed è già comparsa davanti a questa corte altre volte, che non vorrei che se ne venisse fuori con l’idea che dobbiamo lasciare il signor Trait libero o qualcosa del genere.”

Lei sorrise: “Lungi da me l’idea. Vorrei solo attirare la vostra attenzione sul fatto che quando ho valutato il signor Trait una prima volta la diagnosi è stata la seguente: Disordine Borderline di personalità, disturbo di condotta antisociale, disturbo di personalità antisociale, disturbi del sonno, lieve disturbo ideativo.”

“Non mi risulta che la difesa si basi sull’infermità mentale.”

“Io non parlo né per la difesa né per l’accusa, vostro onore” precisò Claire.

“Adesso” ribatté il giudice, che evidentemente era a conoscenza della sua abituale presenza alle udienze per la libertà condizionata.

“Ad ogni modo per la prassi forense degli Stati Uniti se uno non sente la voce della Madonna non è considerato infermo.”

Nessuno rise, ma persino il giudice non riuscì a trattenere un lieve sorrisetto. L’unico a rimanere inespressivo fu Trait.

“E il signor Trait, temo, non sentiva la voce della Madonna.”

“Mi scusi se la interrompo nuovamente, dottoressa, ma lei non sta forse dicendo che il suo paziente è uno psicopatico?”

Claire inclinò la testa da un lato. “È un termine comunemente usato per descrivere la condizione in cui era, sì. E specifico era.”

“I suoi risultati sono famosi per essere molto buoni” concesse il giudice, magnanimo.

Mark aveva creduto che ci sarebbe stato un interrogatorio e un controinterrogatorio, che qualcuno avrebbe messo in dubbio le qualifiche di Claire e che lei gli avrebbe fatto mangiare il fango, ma invece non stava succedendo niente del genere. Sembrava che tutti sapessero già tutto.

È perché non c’è la giuria, capì, all’improvviso. Era ovvio. Niente giurati, nessuno da convincere di qualcosa. Be’, giudice a parte.

“E lei sostiene che queste siano attenuanti sufficienti per chiamare la semi-infermità?”

“Be’, al momento degli omicidi non era di sicuro molto fermo, signor giudice.”

Il giudice soppresse un altro sorrisino.

“Il suo atteggiamento mi sembra molto poco rispettoso, signora” fece, invece, il procuratore.

“Non è rispettoso per chi?” fece Claire, che tra l’altro detestava sentirsi chiamare signora.

Il procuratore sospirò. “Be’, per le vittime.”

“È per questo che l’udienza è a porte chiuse, signore.” Replicò lei, calma. “Per quanta pena mi suscitino Mattew Perry, Donna Cortez e Robert Marino” aveva scandito i nomi con grande precisione, forse per dimostrare che li conosceva perfettamente “e i loro familiari, vorrei evitare un’ulteriore morte, per adesso.”

“Gli Stati Uniti prevedono…”

“E chi sono io per dissentire?” gli diede sulla voce Claire, che invece dissentiva, e pubblicamente, da anni. “Tuttavia vorrei portare la vostra attenzione su alcuni altri fatti, prima di lasciar prendere al giudice la sua decisione in piena libertà. Quando il signor Trait ha accettato di sottoporsi ad una batteria di test la sua situazione era quella che vi ho riferito. Sebbene non si possa parlare evidentemente di infermità mentale, mi sento senz’altro in grado di affermare che non si trovava nelle migliori condizioni. Il che è dimostrato ampiamente dal fatto che ha cercato di boicottare attivamente la diagnosi, cosa che era del tutto priva di senso. Era privo di senso, in effetti, cercare di farsi passare per sano. Credo sappiate che non è mia abitudine tediare nessuno con lunghi discorsi specialistici. Vorrei solo che vi faceste una domanda: un uomo che squarcia a morsi la gola di un altro uomo (o donna), senza nessun motivo palese… vi sembra perfettamente normale?”

Il giudice trattenne un altro sorriso. Mark giudicò il suo comportamento un po’ troppo cinico per i suoi gusti.

“Non stiamo parlando di un tizio che uccide a revolverate un creditore, o di un malavitoso. Stiamo parlando di una persona molto intelligente, ben istruita, ben orientata spazio-temporalmente…” alzò una mano “Scusate: che capisce dove e quando è… insomma stiamo parlando di un tizio che a un certo punto è saltato alla gola della sue vittime come un lupo mannaro, squartando loro la gola. Avrò forse una mentalità ristretta, ma a me sembra che la natura stessa del crimine dovrebbe farci venire alcuni dubbi sulla sanità mentale dell’imputato.”

“Bene. Abbiamo afferrato, avvocato… pardon: dottoressa. Prosegua pure.”

Claire, ben lontana dal dimostrarsi offesa dalle parole mordaci del giudice, gli sorrise in segno di apprezzamento.

“Già. Dunque, a questo punto stiamo parlando di tre anni fa. Nel frattempo il signor Trait ha usufruito della mia decennale esperienza nel trattamento delle psicopatologie, attestata dal mio curriculum, sottoponendosi alla terapia che io stessa ho ideato e sulla quale ho pubblicato i saggi…”

“Li conosciamo dottoressa. E conosciamo i suoi detrattori.”

“Naturalmente. I miei detrattori, però non hanno mai saputo posizionare un piccolo dettaglio.”

“Sappiamo anche che funziona.”

“Vostro onore, sembra che sarei anche potuta restare a dormire stamattina.”

Il giudice questa volta non riuscì a trattenere una risatina.

“Davvero” asserì, una volta che si fu ricomposto. “Immagino che adesso ci dirà che il signor Trait è incredibilmente migliorato.”

“Be’… se dobbiamo fidarci della testistica somministrata da tre ricercatori autonomi, se dobbiamo fidarci della valutazione eseguita dal dottor Marvin Trent dell’università di Harverd, se dobbiamo fidarci…”

“Di un sacco di altri luminari che hanno studiato il suo paziente…”

“Allora dobbiamo concludere che, sì, il signor Trait è al momento clinicamente guarito.”

“Guarito?”

“Per il momento non presenta i sintomi.”

“Cioè per il momento non va in giro a mordere gente sul collo?”

“Be’, questo poco ma sicuro, signor giudice. Bisogna però ammettere che le guardie carcerarie non sarebbero molto accomodanti, verso pratiche come questa. No, bisogna desumere che al momento il signor Trait non presenta i sintomi caratteristici dei disturbi da me elencati precedentemente, e cioè…”

“Abbiamo colto il punto, dottoressa. Non mi sfugge, però, che lei continua a ripetere momentaneamente e per il momento.”

“Be’, momentaneamente non li presento neanch’io, in futuro chissà. Secondo i miei studi calcolo che al momento le possibilità che il signor Trait ripresenti i sintomi del disturbo borderline di personalità sono circa del dieci percento, per quanto riguarda…”

“Ho qua la sua relazione, dottoressa. Dice anche che per il successivo follow-up devono trascorrere altri due anni. È corretto?”

“Sì, vostro onore.”

“Le vorrei fare una domanda su qualcosa che non c’è scritto, però. Qual’è, secondo lei, la probabilità che il signor Trait, se fosse lasciato libero in questo momento, torni ad assassinare persone?”

“Privo di assistenza psicologica?”

“Privo di assistenza psicologica.”

Claire si grattò il mento.

“Duncan?” disse alla fine. Trait la stava già guardando. “Se ti lasciassero libero ora, credi che avresti difficoltà a non uccidere più nessuno?”

“Questo è ridicolo!” strillò il procuratore.

“Non credo” rispose Trait, con aria leggermente sperduta.

Mark pensò che quello era un assoluto colpo di genio da parte di Claire. A lui che era del campo era più che evidente che Trait non era affatto smarrito, ma sul giudice avrebbe fatto un certo effetto.

“Circa del cinque percento.” Rispose Claire, calma.

“Quindi non nulla” commentò il giudice, senza far caso agli strilli del procuratore.

“Vostro onore, non mi sentirei di valutare un rischio nullo nemmeno per me stessa.”

“Ah sì? E per se stessa quanto lo valuterebbe? Tanto per essere più tranquillo la prossima volta che la incontro in corridoio.”

Claire si corrucciò.

“Circa dello 0,001 per cento, direi.”

“Tra il cinque percento e lo 0,001 c’è una discreta differenza.”

Claire sorrise. “Per questo io sono la terapeuta. Se dovessi esprimere la stessa stima per il signor procuratore, ad esempio, tempo che non sarei così ottimista. In effetti sembra quasi che stia per…”

“Dottoressa!” la rimproverò il giudice, con una mano davanti alla bocca.

“Sì vostro onore.”

“Concluda la sua arringa, la prego.”

“Sì, hem… concludendo, ritengo che il signor Trait possa essere considerato parzialmente incapace di intendere e di volere al momento dei delitti e della prima valutazione, e che quindi abbia diritto alle attenuanti del caso. Inoltre ritengo che condannare a morte una persona che ha intrapreso con tanto impegno la via della riabilitazione sarebbe un fallimento per il sistema giudiziario americano.”

Il giudice la guardò gravemente mentre tornava a sedersi in una panca vuota.

“Benissimo. Concedo le attenuanti. Il segretario fisserà la data per la lettura della sentenza.”

Detto questo il giudice si alzò e lasciò l’aula con passo veloce.

Anche il procuratore impacchettò le sue carte di gran fretta e passò con aria tetra davanti al tavolo della difesa. “Vi aspetto di là” disse, o meglio, ringhiò.

La ragazza magra ululò il suo sollievo, ma nessuno le diede retta.

Mark si alzò in piedi e si stiracchiò. A quanto pareva Claire aveva vinto. D’altronde era famosa per essere un osso duro alla sbarra.

La vide che si alzava a sua volta e si avvicinava al tavolo della difesa.

“A quanto pare per questa volta non ti friggono” commentò, a mezza voce. Ma l’aula era vuota e si sentiva tutto benissimo.

Trait la guardò con lo sguardo vacuo. A un certo punto sembrò metterla a fuoco e saltò verso di lei.

Le guardie fecero due passi aventi con le mani sull’impugnatura della pistola. Mark urlò. Gli avvocati urlarono.

Anche Claire urlò, ma in tono molto diverso mentre Trait la stringeva in un abbraccio caloroso.

“Sei un genio!” gridò Trait, facendola girare a mezz’aria.

“Sono un genio!” gridò Claire, i piedi sollevati da terra.

Si staccarono e cominciarono a ridere come due cretini.

“Siete pazzi” commentò Mark, con aria pacata, avvicinandosi.

Claire si voltò verso di lui.

“Mark!” gridò, e gli saltò addosso. Mark la sorresse prendendola sotto alle chiappe (non aveva alternativa, si disse) e la baciò sulla fronte.

“Bel discorso, piccola.”

Le guardie carcerarie stavano conducendo Trait via, ma lui fece in tempo a voltarsi e a dire, con voce gioiosa.

“Mi dispiace se gliel’ho un po’ stropicciata, Mark, ma giuro che non lo farò mai più! Questa donna è un genio!”

L’abituale nota: durante la sua esposizione Claire si inoltra in uno dei territori più pericolosi in cui un esperto possa inoltrarsi. In effetti, se fossi io il procuratore (l’ho fatto un po’ tonto apposta) non avrei problemi a smontare quasi tutto quello che dice. Uno dei punti più facilmente contestabili è quello secondo il quale il perpetratore doveva essere squilibrato per la “natura stessa” del crimine. Questo argomento in passato è stato spesso sollevato per giustificare, ad esempio, le madri che uccidevano i propri figli, o crimini estremamente efferati. Nei fatti è una tesi che non ha mai portato a niente e con la quale difficilmente si può essere d’accordo. Putroppo esistono centinaia di persone che fanno del proprio peggio in assoluta lucidità. Il secondo punto su cui Claire potrebbe essere facilmente contraddetta da un altro esperto è quando fornisce una stima delle possibilità di ripetere crimini di Ted. Le probabilità sono sempre le bestie nere degli psichiatri ed infatti si cerca sempre di non formulare prognosi così precise. Anzi, formulare previsioni di questo tipo è solitamente considerato assurdo. Come è assurdo che durante i processi e le udienze la corte (o la giuria) continui a richiederle. Mi sento in dovere di dire, quindi, che tutto il brano qua sopra è fondamentalmente la descrizione di una truffa ai danni del sistema giuridico. E che mi sono divertita molto a scriverla.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. Twentythird scrive:

    Sono rimasto indietro di un capitolo, mannaggia:-|

    Stasera recupero, adesso è l’ora dello studio pomeridiano mannaggia…

    P.S.: ma tu non sei umana:-)

  2. gh7 scrive:

    E’ divertente, infatti, ma c’entra pochino con quel che lo precede. Toglierei questa sezione, salvo che il dibattimento non introduca poi qualche notevole cambiamento di registri e toni. Matthew Perry è appunto Matthew, peraltro.

  3. sraule scrive:

    23rd: BWAAA! Voglio la cartolina dallo spazio profondo! La voglio!

    dacci sotto con lo studio pomeridiano (studio? ma non siamo in agosto? pensavo di essere io l’unica sfigata col naso tra i libri… evviva, un compagno di sventure!)

    gh7: Matthew. giusto. stai diventando insipensabile. be’ a parte questo, sai… in fondo c’è una trama, per quanto esile. il risultato dell’udienza mi serve più avanti ed anche alcune delle cose dette…

    adesso mi vado a svaccare davanti alla tv e a inebetirmi, però…

  4. gh7 scrive:

    Supponevo che l’udienza fosse funzionale a qualcosa, che resto ad attendere.
    Che invidia, voialtri che studiate. Io, per me, vado ad ascoltarmi Radioradicale. Bonne nuit, bonne nuit, buona notte

  5. sraule scrive:

    già. immagina che io in questo momento sto facendo più o meno quello che fanno gli assistenti del professor Hunter… tanto per darti un’idea della vita felice dello specializzando…

    a parte tutto, sì, sono contenta anch’io di essere ancora in zona studio. e penso di continuare ancora a lungo…

  6. gh7 scrive:

    Il racconto malcela il tuo lavoro vero. Bene, è tempo di studiare, oltre ai testi, gli extratesti: le autobiologie, le autobiografie, i gusti e disgusti di chi scrive per gli altri (quelli che scrivono per sé, inutile perderci tempo, me pàr)

  7. sraule scrive:

    sì, in realtà però, non mi considero pronta per l’autobiografia, per quanto travestita da narrativa. c’è chi lo fa e lo fa bene, ma la maggior parte tende a diventare lagnosa. una cosa è scrivere di qualcosa che si conosce, un’altra è fare dei propri personaggi dei cloni o, peggio, delle Mary Sue.
    al di là del fatto che non mi piacerebbe proprio raccontare così tanto i fatti miei ai lettori, per quanto degni di fiducia siano, penso che l’effetto sarebbe un po’ patetico.
    e poi, sempre opinione mia, è molto più divertente creare dei protagonisti che prendono decisioni e fanno cose che noi non approveremmo mai. come diceva Westlake (e chi lo considera “solo” uno scrittore di genere ha tutta la mia pietà), una volta che uno è entrato nelle sabbie mobili della scrittura non può tornare indietro nemmeno se vuole. è quella la cosa divertente, non cercare velleitariamente di costruire una realtà con noi al centro.
    l’exratesto è bello da esplorare quando è quello degli altri. farlo su se stessi è poco più che masturbatorio.

  8. gh7 scrive:

    Ma difatti la critica più avvertita si guarda bene dall’invitare gli autori all’automanustuprazione del proprio extratesto. Quella sarebbe pornografia a basso costo, e non interessa nessuno. Da lettori, ci si senti invece autorizzati a sondare psicologie biografie biologie bibliografie e tutto che riguardi chi scrive.
    Non lo dice in modo esplicito, ma a questo credo faccia riferimento oggi Mengaldo, intervistato da Di Stefano sul Corriere.

  9. sraule scrive:

    non ho letto l’intervista e perciò non saprei…
    come lettore è ovvio che uno è curioso riguardo a chi scrive (e a volte sono grosse delusioni).
    il lettore è… come dire, autorizzato 🙂

  10. gh7 scrive:

    L’intervista è in rete – se non sei registrata a corriere.it non la leggi (ma la registrazione è innocua e gratuita, per cui).
    Sì, certo, il lettore è padrone, nei limiti esatti delle intentio auctoris, che non declino perché tràttasi di polirematica in lingua straniera e pure morta.

  11. sraule scrive:

    polireme = sf. T. stor. mar. ogni antica nave a più ordini di remi sovrapposti (Novissimo Dizionario della Lingua Italiana Palazzi – che in realtà non è tanto “novissimo” essendo del ’74, ma è sempre bbbuono).

    partendo da ciò, per farti vedere che mi ci sono anche impegnata, che cosa significa “polirematica”? perché devi far sentire gli altri così ignoranti? Non è bello. per punizine vai subito a leggere QUESTO.

    Già mi sento inferiore perché non so leggere il greco, adesso non esageriamo, eh? 🙂

  12. gh7 scrive:

    po|li|re|mà|ti|ca
    s.f.
    TS ling., gruppo di parole che ha un significato unitario, non desumibile da quello delle parole che lo compongono, sia nell’uso corrente sia in linguaggi tecnico–specialistici, come in italiano vedere rosso “adirarsi” o scala mobile “crescita dei salari al crescere dell’inflazione”, ecc.

    [questo è il Gra.D.It., anche accessibile come più economico De Mauro-Paravia, cioè il miglior dizionario italiano oggi in circolazione).
    Il sito delle 2 fuori d testa di Asti è favoloso. Piace persino a Irene, che è la severità – e la dolcezza, aggiungo di corsa – fatte persona. Grazie di avermelo segnalato.

  13. sraule scrive:

    io mi stavo già immaginando una cosa complicata con tanti remi e equipaggio di lingua latina. forse i vogatori a un certo punto morivano, ora non ricordo…
    peccato: mi ci stavo già facendo un film.
    scherzi a parte in effetti possaggo un dizionario più recente e più figo, su cui probabilmente c’era anche polirematica, ma è a casa, in quel di milano.

  14. gh7 scrive:

    “In quel di”? C’è soltanto un vècchio cronista sportivo, dalle parti dove mi trovo a stare adesso io, che adopera ancora ‘sto giro di parole. A Milano, en t’el mè Milàn, quello che vuoi – ma ti prego, mai più “in quel di”, per la stima e la simpatia che mi fai.
    Mi hai inferto un colpo al cuore. Stasera Paolo Rossi dovrà essere travolgente perché dimentichi questa ferita sanguinante (ehm)

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