Chapter two (part I)

Si considerava una persona curiosa. Non sapeva bene dove la terapia con Claire lo stesse portando, ma iniziava ad intuire che non poteva capirla se non la vedeva all’opera. In fondo Claire era il suo lavoro.

E poi, anche se lei gli pagava le ore di terapia, non era una vera e propria terapia. Era più una chiacchierata trisettimanale. Era stata chiara in proposito, voleva solo dei… consigli gestionali.

Era già equilibrata. Dannatamente equilibrata, secondo Mark. Avrebbe voluto lui essere così. O forse no.

Quindi, forse per curiosità, forse per interesse terapeutico o forse perché era un maledetto masochista, quella mattina si era svegliato alle sette e aveva raggiunto in macchina il carcere dove Claire stava già lavorando da almeno mezz’ora.

Non era mai stato in una prigione, prima, ed era rimasto impressionato dall’aria opprimente del luogo.

Anche se si trattava del nuovissimo braccio C della sezione di massima sicurezza, tutto pareti di colori smorti, sbarre elettroniche e acciaio inossidabile, Mark non poteva fare a meno di associarlo mentalmente con la vecchia Alcatraz dei film.

Telecamere di sicurezza ronzavano da tutte le parti, le guardie carcerarie sembravano dei sonnambuli e le luci al neon conferivano ai corridoi una sgradevole sfumatura verdastra.

Aveva presentato la sua autorizzazione (la burocrazia per ottenerla era micidiale), si era fatto perquisire, aveva depositato gli oggetti personali in una cassetta, e infine aveva seguito le guardie attraverso i corridoi. Il silenzio era inquietante. Sembrava che dalle celle non provenisse alcun suono.

Era stato lasciato davanti ad una porta aperta. Ci aveva subito infilato la testa. Era una stanza lunga e stretta, con una grossa finestra di vetro su un lato. Prima ancora di fare in tempo a sbirciare al di là, i tre uomini che erano dentro si resero conto della sua presenza.

Si voltarono verso di lui con aria curiosa, abbandonando per un attimo quello che stavano facendo.

“Buongiorno” fece Mark, sottovoce, alzando una mano “Io sono Mark Vincenzo.”

Quello più vicino a lui, un tizio corpulento sulla cinquantina, gli tese la mano e diede una bella stretta. Nell’altra stringeva un registratore. Voci vagamente metalliche, infatti, provenivano da due altoparlanti collocati sopra alla finestra.

“Greg Hunter, questi sono i miei due assistenti: Joshua e Bob.”

I due salutarono con la mano. Joshua era un ragazzo sulla ventina, biondissimo e dall’aria un po’ fredda, Bob un afroamericano dall’espressione aperta, forse un po’ più vecchio del suo collega.

“Non importa che sussurri” disse Bob “Dall’altra parte non sentono niente.”

“Siete quelli che stanno conducendo una ricerca su Claire?” chiese Mark, riportando il tono di voce alla normalità.

“Sì. Veniamo da Yale. E lei?”

Mark si scoprì a sorridere stupidamente. “Oh, io sono solo un amico di Claire. Ero curioso, così lei mi ha invitato. Sono uno psicoanalista.”

I tre gli lanciarono uno sguardo di cortese disappunto.

“Be’, in ogni caso sarà interessante” concluse l’algido Joshua, tornando a guardare attraverso il vetro.

Ovviamente si trattava di uno specchio unidirezionale, che separava la loro stanza da quella in cui Claire stava parlando con il suo paziente. E naturalmente Mark non si era fatto scappare l’occasione di vedere il famoso “Ted”.

Si avvicinò al vetro e guardò al di là.

La stanza era piuttosto piccola e quadrata, dalle pareti bianche e il pavimento di linoleum verde. Un tavolo e due sedie erano imbullonate a terra, e lì finiva l’arredamento. Un grosso registratore a doppia cassetta era appoggiato sul tavolo, in funzione.

“Ted”, il cui nome in realtà era Duncan Trait, stava facendo su e giù per la stanza come una tigre in gabbia. Alto, snello, sulla trentina, Mark doveva ammettere che era piuttosto attraente. I capelli scuri gli incorniciavano il volto pallido (ovviamente non doveva vedere il sole tanto spesso) e dai lineamenti regolari, appena affilati. Gli occhi erano di uno strano colore giallastro e le labbra rosse e sottili.

Claire, in jeans e mocassini, allungava le gambe sopra al tavolo, stravaccata contro la seggiola, sulla quale era seduta tutta storta. Stava fumando una sigaretta e lasciava cadere la cenere a terra con aria indisponente. I suoi capelli rosso brillante sotto al neon sembravano fosforescenti.

“Ma mi stai ascoltando?” sbottò in quel momento Trait, smettendo di camminare e avvicinandosi di scatto a lei. Claire non sobbalzò minimamente.

Diede un altro tiro e lo guardò da sotto in su.

“No. Non essere stupido, Duncan, stai dicendo delle stronzate.”

Lui si avvicinò ancora di più e le strappò la sigaretta di mano.

“Stronzate o lampi di genio, tu sei pagata per ascoltarmi” sibilò.

“Be’, se sei palloso non è colpa mia. Prova a cambiare disco e forse ti ascolterò” replicò lei, con un sorrisetto indisponente.

Trait sbuffò e diede un tiro alla sigaretta. Si sedette sull’altra sedia.

“Come fai a fumare questa merda? Non potresti portarmi qualche sigaro?”

“Quella merda è quello che fumo io. Non vedo perché dovrei comprarti i tuoi maledetti cubani puzzolenti.”

Lui diede un altro tiro e poi le ricacciò la sigaretta in bocca. Lei, tenendola stretta con le labbra, aspirò un paio di volte velocemente.

“Se non lo sapessi qui è vietato fumare. Potrei dire alle guardie di toglierti le sigarette.”

Lei buttò un po’ di cenere per terra. “Fallo. Io qua ci devo stare quattro ore al giorno. E posso anche uscire in cortile a fare un break. Mi pare che tu non sei nelle stesse condizioni. Vedi un po’ se ti conviene.”

Lui si stravaccò meglio contro lo schienale e sospirò.

“Sei una piccola bastarda senz’anima.”

Lei fece un altro sorrisetto.

“Che cos’è questa? Una proiezione?”

“Lascia perdere le stronzate psicoanalitiche. Sappiamo tutti e due che non è una proiezione, ma una constatazione. Vuoi giocare al dottor Freud?”

Claire abbassò piano i piedi da sopra la tavolo e buttò la cicca fumante a terra.

“Ho una domanda per te. Dici che sono una piccola bastarda… ma come lo sai?”

Lui alzò gli occhi al cielo.

“Ti ho chiesto un favore e tu mi dici di no” rispose in tono piatto, come se stesse leggendo da un libro noioso “Rispondi in tono di sufficienza, mi parli mostrandomi le suole, fumi e ti fai gli affari tuoi. Non mi ascolti. La prossima che cosa sarà? Ti metterai a grattarti la figa?”

“Dio… sei scurrile, oggi. Che fine ha fatto il professorino?”

Lui rise in tono tutt’altro che divertito e si alzò nuovamente in piedi. Girò intorno al tavolo finché non le fu alle spalle.

“Vedi, questo tuo tono di sufficienza… non ti può toccare niente, vero? Sei così superiore…” le appoggiò entrambe le mani sulle spalle e si chinò a parlarle vicino alla testa. Claire non sembrava minimamente preoccupata, ma Mark, dietro al vetro, si stava conficcando le unghie nei palmi delle mani.

“Ti guardo e sai che cosa vedo? Una bambola di carne. Un osceno mostro di natura, senza ossa e senza cuore. Tu sei fatta di carne piena. Avrai il sangue?”

Lei piegò la testa appena all’indietro.

“Ti piacerebbe saperlo.”

“Davvero, bisognerebbe scoprirlo. Come possiamo fare?”

Lei si scostò una ciocca di capelli dal collo, facendoli ricadere dietro alla schiena.

“Potresti mordermi. Una buona verifica empirica. Oppure potresti fidarti della mia parola.”

“Non essere sciocca.”

Trait abbassò la testa su di lei e appoggiò la faccia sul suo collo.

Mark si voltò di qua e di là, saggiando le reazioni degli altri. I tre accademici guardavano la scena come ipnotizzati, le facce stranite ma anche bramose. Mark ipotizzò che non gli sarebbe dispiaciuto così tanto se Trait avesse davvero morso il loro oggetto di studi.

Lui, nel frattempo, aveva alzato appena la testa. Sul collo di Claire c’era una piccola chiazza rosa.

“Ti faccio male?” chiese, l’espressione fredda.

“Certo. Ma hai sentito il gusto del sangue, no? Chi ti ferma più?”

Lui sembrò indispettito dalla risposta e si chinò ancora su di lei. Questa volta il morso dovette essere forte, perché Claire emise un breve suono strozzato.

“Cazzo! Ma qualcuno faccia qualcosa!” gridò Mark, senza staccare gli occhi.

“Buono. Non le fa niente…” borbottò il professore al suo fianco. Però non sembrava del tutto convinto.

“Chiamate le guardie!”

“Stanno già guardando. Sono nella stanza accanto.”

“Ma… ma…”

Trait si era sollevato dal collo di Claire, dove adesso spiccava una sorta di succhiotto molto profondo.

Lei arricciò il naso con aria dispettosa. “Brrr, Duncan… Che cos’era, sesso sostitutivo?”

Trait si allontanò con aria disgustata.

“Non ti scompone proprio niente, he?” sibilò “Sai benissimo che il sesso non mi interessa.”

“Ah, ma potrebbe interessare a me, no? Io sono una persona normale, sai.”

Lui si riavvicinò fino a pochi centimetri dalla sua faccia, la fronte aggrottata e il viso contratto.

“Hai mai pensato che potresti non uscire viva da questa stanza?”

“E tu hai mai pensato che potresti non uscire vivo da questa prigione? Parlano di darti la pena di morte.”

“In ogni caso non uscirò vivo da qua. Prima o dopo dove sta la differenza?”

“Ti hanno chiuso in trappola.”

“Mi avete chiuso in trappola!”

“E che cosa faresti, se ti rilasciassimo?”

Lui si allontanò di scatto.

“Ah, Claire, Claire…” disse, agitando un dito sotto al suo naso “Che cosa devo fare con te?”

“Davvero. Che cosa devi fare con me?”

Lui scattò ancora una volta. Con un balzo davvero spaventoso le fu addosso. Se la seggiola non folle stata imbullonata a terra si sarebbero rovesciati entrambi, invece in questo modo lui la schiacciò contro lo schienale, praticamente seduto sul suo grembo.

Mark urlò. I ricercatori urlarono.

Trait, continuando a tenerla ferma con una mano (Claire non si stava affatto divincolando) prese il registratore con l’altra e lo schiantò sul tavolo. Pezzi di plastica schizzarono da tutte le parti.

Uno di questi pezzi finì come per magia nella destra di Trait, che lo puntò alla gola della terapeuta.

Mark e i ricercatori assistevano come paralizzati.

“Forse ti devo uccidere” disse Trait pungendole la gola con la scheggia di plastica.

Claire si limitò a guardarlo con aria calma, mentre lui la teneva immobilizzata contro allo schienale.

“Se tanto sono in trappola, perché non ucciderti? Il tuo sangue ha il sapore del miele… non avresti dovuto farmelo assaggiare…”

“Sei in trappola, sì. Ma dove? Chi ti tiene prigioniero?”

“Tu, voi!”

“E se mi uccidi sei libero?”

“No, ma sono contento.”

Lei lo fissò ancora in silenzio. Nella stanza accanto tutti sudavano copiosamente.

“Soddisfare l’impulso del momento. Non vedi che è questo impulso che ti tiene prigioniero?”

“Cazzate.”

“Allora tagliami la gola.” Lei gli si avvicinò un altro po’, visto che evidentemente la presa di lui si era allentata. Accostò la sua guancia alla sua guancia.

“Tagliami la gola e prenditi la tua soddisfazione…” mormorò in tono morbido “…e poi resterai solo. Solo con te stesso. Solo con i tuoi impulsi… chi altro ti lascerà avvicinare tanto? Chi ti rimarrà?”

“Io! Resterò solo io, come è giusto che sia!”

“E sei sicuro di voler restare in tua compagnia?” queste parole furono dette talmente piano che nell’altra stanza faticarono a sentirle.

“Che figlia di…” mormorò il professore.

Trait pian piano abbassò la scheggia di plastica, lasciando ricadere il braccio lungo il fianco.

“Tu… tu…” sussurrò, in tono di astioso rimprovero.

“Sì. Chi sono io?”

“Caronte. Caronte che lavora al contrario.”

“Che cosa significa?”

“Tu devi portarmi fuori dal regno dei morti.”

“Ah… allora vuoi stare nel regno dei vivi.”

“Io…”

Claire sollevò le mani e gliele passò intorno alla vita. Trait abbandonò la testa sulla sua spalla. Sembrava come svuotato.

“Non ci sono vivi… ci sono solo morti. Morti dappertutto…”

“E che cosa vogliono i morti?”

Trait aveva la testa appoggiata sulla sua spalla, quasi sprofondata.

“Mangiarmi” mormorò, in tono piatto.

“Mangiare te? Un ragazzo così alto?” rise Claire.

Trait sollevò la testa e tornò a guardarla in faccia, l’espressione vagamente divertita.

“Che strega.” Disse, mentre lei scioglieva l’abbraccio.

Lui le saltellò un paio di volte in grembo. “E così mi vuoi trattare come un bambino?”

“Mi pare che hai iniziato tu.”

Lui inclinò la testa da un lato, pensieroso.

“E va bene. Te lo concedo. Sei un fottuto genio di strizzacervelli. Sempre un passo avanti a me.”

Si alzò in piedi e scavalcò le sue gambe con una delle sue. Poi si appoggiò contro al tavolo.

Guardò i pezzi del registratore.

“E adesso le tue cassette?” fece, come a cominciare un discorso sul tempo.

“Sono tutti là fuori, lo sai.”

Trait sorrise. Poi guardò nello specchio (a Mark si accapponò la pelle) e alzò una mano.

“Giusto. Ciao, ragazzi, come ve la passate? Lo show era all’altezza? Avreste preferito più sangue, più sesso o più introspezione? Fatemi avere le vostre richieste e per la prossima volta arrangeremo al meglio!”

Arrangeremo” borbottò il professore, che si era ripreso dallo shock e adesso sembrava a metà strada tra il soddisfatto e lo scocciato.

“Plurale” annuì uno degli assistenti.

“Certo che quella donna è pazza” commentò il terzo.

Mark stava ancora respirando forte.

“Mio Dio…” mormorò.

“Duncan, io adesso mi prendo un break, tu ti prendi un break e i ragazzi qua fuori si prendono un break anche loro. Torno tra dieci minuti. Il registratore lo lascio qua, tanto non è che serva più a molto, no?”

Trait annuì e andò a sedersi in un angolo. “Te ne compro uno nuovo” disse, mentre le guardie le aprivano la porta.

“Oh, no. Ci pensa lo Stato” rise, e fu fuori.

Advertisements

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

»

  1. gh7 ha detto:

    E un po’ di sesso, magari? Perché il resto, adesso, funziona (complice anche il template bianco)

  2. sraule ha detto:

    aspetta. è l’unico commnto che ho da fare.

  3. gh7 ha detto:

    Stiamo qui, siccome roccia ferma che non crolla (ma non tanto tanto, nel senso di aspettare, che dalla settimana ventura si lavora sul serio, neh)

  4. Twentythird ha detto:

    Arrivo qua non so bene come.

    Ma questo è poco importante. Importante è che mi son letto le prime 3 parti tutte d’un fiato, veloce veloce. E sono notevoli.

    No, davvero. Che poi, mentre leggevo le vedevo scorrere davanti agli occhi in forma di immagini [questa è una deviazione proefssionale mia], ma non è questo [ancora, di nuovo] il punto. Il punto è che mi succede solo quando leggo roba buona. Tradotto, questa lo è.

    Concludo, chè sennò divento logorroico. Ripasserò a cercare nuove parti, quindi fai alla svelta, ok? 🙂

    OT: perchè ho l’impressione che tu sia bolognese?

  5. utente anonimo ha detto:

    OT: perchè ho l’impressione che tu sia bolognese?

    perchè fortunatamente ti sbagli, te lo dice un suo concittadino che vive a bologna.

    quanto a te, sraule, secondo me sei pazza a pubblicare ‘sta roba su internet. cioè, ewwiwa l’open source, però sai che rischi il plagio malvagio, vero?

  6. sraule ha detto:

    gh7: bene! bravo! così si fa 🙂
    oi, oi, non mi parlare di lavoro.
    Twentythird: hey, grazie per tutti questi complimentoni, sto diventando rossa come un papavero (e quasi altrettando stropicciata, tra l’altro). Sto per postare un altro pezzo.
    brullonulla (aka utente anonimo): sarebbe terribile condividere un’altra città con te. Sto bene a milano, grazie.
    non ho tanta paura del plagio malvagio perché ho già attentamente riflettuto sul fatto che questo racconto non è altrimenti pubblicabile. ho, invece, paura del plagio malvagio per tutto il resto, e infatti non lo metto in internet. Lo so che stephen king occhieggia con interesse le mie cose, che cosa ti credi?

  7. utente anonimo ha detto:

    sarebbe terribile condividere un’altra città con te.

    tu non mi vuoi più bene come una volta.

  8. Twentythird ha detto:

    Capito, non sei bolognese:-)

    Comunque i complimenti te li faccio lo stesso, anche se diventi rossa, eheh…adesso mi leggo il nuovo pezzo.

  9. sraule ha detto:

    tu non mi vuoi più bene come una volta

    ma no, ma no… lo sai che mi affeziono anche alle cartacce… 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...