… perchè qualche imbecille aveva chiuso male il portone e risultava, quindi, impossibile sbloccarlo, per il resto tutto ok.

No, non vorrei sembrare pallosa, ma è possibile che esistano simili decerebrati al mondo? Perchè non fai CAZZO attenzione a come chiudi il CAZZO di portone?

Presa dal panico stavo per rompere il vetro (che non sarebbe servito a niente, visto che ci sono le sbarre, a parte forse a farmi molto male) e mettermi ad urlare “aiuto!” ai passanti…

Adesso vogliono anche mettere le inferriate alle finestre delle scale, così sembrerà di essere in un allegro H block. Hanno paura dei ladri.

A parte che se un ladro entrasse nel mio appartamento lo ritroverei nel salotto che ha fatto harakiri per la disperazione, ma è proprio indispensabile vedere il cielo a strisce? Io ho la sindorme del lemming, se il palazzo bruciasse mi butterei dalla finestra… Eh, ecco… IO SONO CONTRARIA!

Vabbè, panta rei come dicevano gli antichi… ecco il secondo pezzo di racconto:

Chapter one (II part)

“Penso che dovresti mollarne qualcuno” suggerì Mark, alla seduta successiva. Erano passate altre tre settimane e Claire era distesa di nuovo sul divano. Erano le undici di sera.

“Non posso.”

“Non puoi o non vuoi? Ti senti onnipotente?”

“No, be’… forse un pochino. Ma sono lucida in questo. Se ne mollo uno è come se…”

“Come se?”

“Le conseguenze sarebbero disastrose. Per lui.”

Mark rimase in silenzio.

“A chi stavi pensando?” disse, alla fine.

“Che cosa?”

“Hai detto per lui. A chi stavi pensando?”

Claire aggrottò le sopracciglia. “A Ted. È il più duro di tutti… quello che vorrei mollare, se solo non fosse anche così esaltante, per certi versi.”

“Ted.” Ripetè Mark. Claire sapeva che era una tecnica per spingerla a dire di più, e lo assecondò di buon grado.

“Non è il vero nome, ovviamente. È il nome in codice che uso per le note. Niente di fantasioso… Ted come Ted Bundy. Sono simili, in un certo qual modo.”

“Hai conosciuto il vero Ted?” chiese Mark, rapito.

Claire aprì gli occhi e rise. “Questo non fa parte della terapia!”

Lui si grattò la nuca. “Okay, è vero. Ero solo curioso.”

Lei rise ancora. “Ma rifletti! Quando l’hanno ucciso io mi stavo ancora laureando!”

“Ah sì?”

Claire scosse la testa, sorridendo. Mark non sapeva niente di storia del crimine, ovviamente. Ma come tutti gli americani aveva un debole per i serial killer più famosi.

“Okay, okay… me lo racconterai un’altra volta. Parlami del Ted newyorkese, adesso.”

Claire si rannuvolò.

“Ha ucciso tre persone, ma… è un po’ difficile da dire in due parole. È complicato” rise “Che novità! Sono tutti complicati!”

Mark rimase in silenzio.

“Dunque… ha solo trentacinque anni e ha vissuto due o tre vite indipendenti… nessuno sapeva il suo vero nome, prima che lo prendessero. Identità fasulle, alcune durature, roba di anni, altre che duravano giusto un paio d’ore. Ha truffato un bel po’ di gente, per inciso.”

“Fammi indovinare… alto QI?”

“Altissimo. Centoottanta, centonovanta. Negli adulti non ha molto senso… o nei non-ritardati.”

“In ogni caso è molto intelligente.”

“Sì. Capacità di astrazione, pensiero logico, capacità deduttiva… tutto il ramo freddo dell’intelligenza.”

“Che cosa significa?”

“Ah, ecco… sono io che la chiamo così, intelligenza fredda. Non artistica. Non emotiva. Non empatica. Tu hai un alto grado di empatia, io anche. A lui manca.”

“Capisco. È una cosa… fisica?”

Claire si strinse nelle spalle.

“Può darsi. Ci sono alcune ricerche, al riguardo. Ipoproduzione neurotrasmettitoriale, differenze corticali… non è su questo che si basa il mio metodo. È ancora tutto così… incerto, vago.”

“Mi dicono che il tuo metodo è praticamente una forma d’arte.”

“Oh, sai… è un vecchio problema. Stanno provando a replicarmi… come dire, scientificamente.”

“Sarebbe bello. Hai… quanto? Il 100% di successi?”

Claire arrossì. “Oh, be’. Ho fatto un paio di errori. Due grossi errori, a dire il vero. È per questo che ti dicevo che non posso mollarne neanche uno. Farlo significherebbe commettere un errore, e dopo che hai fatto un errore non puoi più tornare indietro. Almeno… io non posso.”

“Che errori hai fatto?”

“Ah… un dinamitardo… un pedofilo. Il secondo si è ucciso. Un grosso errore, come ti dicevo. Il primo cerca tutt’ora di uccidere me. Il che è quasi un mezzo successo. Almeno non va più in giro a far esplodere le macchine e le case degli altri.”

Claire rise, mentre Mark la guardava allucinato.

“In realtà credo che non voglia veramente uccidermi. Riesco sempre a convincerlo a non farlo. Però il rapporto ormai è compromesso, non c’è più niente da fare. Mi ama e mi odia. È fermo lì.”

“Mio Dio, non avevo idea…”

“Mark, guarda che provano ad uccidermi almeno un paio di volte al mese. Le guardie hanno l’ordine tassativo di non cercare di fermarli.”

L’altro scosse la testa. Erano entrambi ad occhi aperti, ora, e Claire era mezza appoggiata su un gomito.

“E non è… come dire, un po’ rischioso?”

“Io non ho paura.”

Lui alzò le sopracciglia.

“Vedi, io so che non mi uccideranno. Sono loro che devono scoprirlo. Se la terapia funziona loro non mi ammazzano, semplice. E la terapia funziona. Controllo il processo, capisci?”

“Pazzesco.”

“Dovresti passare a vedere, uno di questi giorni. Ti divertiresti.”

Mark le rivolse uno sguardo scettico.

Piccola nota: come i più avranno già capito il racconto è ambientato a New York. Non si tratta di semplice esterofilia (anche se mi considero nettamente esterofila: cioè, avete presente l’Italia? Però di sicuro non mi piacciono neanche gli USA. Sono più orientata verso i paesi del nord… o le Maldive, non saprei). Il fatto è che New York è forse la città più psicoanalitica del mondo. Basta fare un giretto su Park Avenue per rendersene conto. Il 90% dei palazzi contiene un paio di studi psicoanalitici. Gli analisti newyorkesi sono anche famodi per essere molto cari e una lobby potente. Comunque, in generale, New York è la città in cui più persone hanno l’abitudine di farsi analizzare. Un po’ come per i “botox party” a LA, se non lo fai sei out.

Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. gh7 scrive:

    Continua o finisce lì? Al momento, resta carino, ma come sospeso, inconcluso. E la location ha molto peso per te, credo, però si nota poco.

  2. sraule scrive:

    Ohhh… no, che non finisce lì. Ce n’è ancora un bel po’!
    In quanto alla location, il discorso è più complesso. Nella maggior parte delle robe che scrivo l’ambientazione è molto importante e quindi mi documento moltissimo, vado a vedere i posti, ecc. Spesso è anche parte integrante della trama. Ma per questo racconto ho deciso apposta di tagliarla via quasi del tutto, tenendola semplicemente presente mentre scrivevo, proprio per quel discorso cervellottico di cui nel post precedente. Come dicevo, avevo anche la tentazione di eliminare tutto quello che non fosse “dialogo”. Poi non l’ho fatto per una sorta di vigliaccheria, o con la scusa della leggibilità, come preferisci. Però mi piaceva l’idea di avere questi discorsi come sospesi nel nulla, per accentuare ancora di più il discorso psicoanalitico, che in effetti prevede (e ricerca) qualcosa di simile.
    Credo che questo sia il principale motivo per cui non è pubblicabile, a meno che sulla Psichoanalisis Review non decidano di aprire una pagina umoristica 🙂

  3. gh7 scrive:

    Ecco, allora, visto che ce n’è ancora un bel po’ (in se stesso: bene), ti sei domandata quanto sia leggibile su monitor un testo così lungo, per quanto spezzato in brani di misura quasi modesta? E’ una domanda che gradirebbe risposta, perché nasce da autentica curiosità.

  4. sraule scrive:

    la risposta è: non so. probabilmente non è molto leggibile. io non so se lo leggerei (probabilmente sì, ma io leggo tutto, anche le istruzioni in piccolo su come conservare i cibi – e mi piacciono!). in ogni caso non credo di avere altra scelta. ho cambiato il colore dello sfondo apposta per renderlo un po’ più leggibile, ma non so quanto questo aiuti. suppongo che se uno si appassiona veramente possa sempre fare copia/incolla su word e stamparlo 🙂

  5. gh7 scrive:

    Troppa fatica, cred’a ‘mmé. In ogni caso, ti si continuerà a leggere, lavoro e tempo permettendo (qui, se continua a così, la stagione balneare può ben riprendere)

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