Visto che il “blocco del blogger” non mi molla, ho ideato un piano alternativo per riempire queste pagine. E’ che odio ammettere che non riesco a partorire un commento a settimana…

Così allieterò i vostri pomeriggi (e le vostre sere, e le vostre notti, e… be’, il concetto è passato, credo) con un simpatico raccontino dei miei. Per essere del tutto onesta devo sottolineare che non è mia abitudine elargire racconti a destra e sinistra, in quanto, ovviamente, continuo a coltivare la speranza che mi verranno utili in futuro.

Questo racconto qui, però, è un caso un po’ speciale.

NESSUNO pubblicherà o utilizzerà mai in alcun modo questa roba, perchè è del tutto inutile per ogni scopo. Bel ragalo che sto facendo, eh?

E’ inutile perchè è l’implosione dello stile fatta racconto, è inutile perchè parla di argomenti di scarso interesse generale, è inutile perchè è pressochè privo di contenuto. Però è per me molto soddisfacente perchè dice due o tre cose divertenti sulla psicoanalisi. O meglio, sulla degenerazione della psicoanalisi.

I protagonisti, infatti sono due pschiatri e due psicoanalisti. Inizialmente avevo pensato di farne due terapeuti sistemici, perchè anche le terapie sitemiche sono piuttosto buffe, una volta guardate da una certa prospettiva, ma poi ho pensato che per divertirsi con qualcosa del genere chi legge deve essere davvero molto dentro a questi argomenti, e ho ripiegato sulla psicoanalisi.

Tutti hanno pensieri sulla psicoanalisi, tutti sanno più o meno come funziona.

I due psicoanalisti di cui sotto, però, non si comportano bene. Fanno più o meno tutto quello che un bravo terapauta non dovrebbe fare, se ne sbattono della deontologia e si muovono in direzioni che farebbero accapponare la pelle (grazie Mingozzi) ai loro colleghi.

Quindi vorrei mettere le mani avanti e dire che… be’, non è così che ci si dovrebbe comportare, ragazzi, proprio no.

Un bel po’ di cose della tecnica sono inventate o distorte, perchè magari erano più divertenti a quel modo o perchè mi servivano in quel momento per far dire determinate cose a qualcuno.

Anche lo stile, come dicevo, è piuttosto involuto. Inizialmente pensavo addirittura di scrivere i dialoghi come se si trattasse di sbobinature di sedute (o di trascrizioni giudiziarie, come vedrete), ma poi ho pensato che sarebbe stato davvero troppo. Quindi, ogni tanto, qualche descrizione c’è anche. Molto molto stringata, tanto per dare un’idea del background.

Altra cosa ragionevole che ho deciso di fare per chiunque si sentisse abbastanza di buon umore da iniziare la lettura è un piccolo GLOSSARIO di psicoanalisi per Dummies. Niente definizioni puntuali e spiegazioni tediose: solo quello che serve per capire il testo tra le righe. Che può anche fare a meno di essere capito.

GLOSSARIO (diffido chiunque dall’affidarsi a questo glossario per sostenere esami o redigere relazioni scolastiche)

Neutralità dell’analista: E’ questo un bel giocattolo che gli psicoanalisti hanno rotto. Inizialmente doveva significare che il terapeuta non cerca in tutti i modi di influenzare il paziente con le sue idee, ma poi è diventata l’inquietante attitudine al silenzio che in tanti hanno preso in giro. In pratica l’analista lascia che il paziente parli, mentre legge il giornale, o mangia, o fa ginnastica, emettendo di tanto in tanto degli “mmm…” rassicuranti. Ovviamente il paziente finisce per non sentirsi affatto rassicurato.

Deontologia Strano vocabolo che per molti psicoanalisti è diventato sinonimo di “DIO”. La deontologia prevede che: a) tu faccia del tuo meglio per aiutare il paziente b) non te lo scopi c) lo faccia sempre sempre sempre pagare come da tariffario d) non accetti come paziente qualcuno che conosci.

Psicoanalisi classica Che prevede 4 o 5 sedute SETTIMANALI, con paziente pagante. Prevede anche libere associazioni, transfert, interpretazione dei sogni e setting classico.

Libere associazioni: il paziente salta di palo in frasca, così come gli viene in mente.

Transfert: il paziente ravvisa nel terapeuta una figura importante del suo passato (solitamente), e la proietta su di lui. E’ luogo comune pensare che le pazienti femmine proiettino papà e provino un’immediata attrazione per il terapeuta a causa del Complesso di Edipo, mentre i maschietti proiettino papà anche loro (ovviamanete se il terapeuta é maschio) e gli venga voglia di ucciderlo, per gli stessi motivi. In realtà pare che tutti transferiscano tutti e che in pratica sia un grande casino generale, aggravato dal controtranfert.

Controtransfert: il transfert del terapeuta sul paziente. La differenza è che il terapeuta dovrebbe accorgersi di quello che sta succedendo e usarlo per migliorare la terapia.

Setting classico: Per setting si intende sia la situazione fisica in cui analista e paziente si trovano, sia la situazione emotiva e mentale. Per quanto riguarda la prima, gli psicoanalisti freudiani o classici usano sempre il lettino, e pretendono incontri 4 o 5 volte alla settimana. In casi eccezzionali 3, mai di meno. E’ evidente che il paziente deve essere piuttosto abbiente.

Psicoterapia psicoanalitica: sembra la stessa roba che la spicoanalisi, ma non la è. Le differenze sono sia di tecnica che di setting: l’analista non interpreta sempre il transfert del paziente e le sedute sono solitamente settimanali. Inoltre di solito non viene usato il lettino, ma una ben più prosaica seggiola.

Tecniche del colloquio: Sembra che lo spicoanalista intervenga a caso, ma non è così! Usa specifiche tecniche che consistono per lo più nel ripetere quello che il paziente dice in forma interrogativa, ripetere quello che ha detto in parole più chiare, e ripetere (ancora) quello che ha detto facendo piccole aggiunte. In psicoanalisi classica è considerato STRETTAMENTE PROIBITO fare domande, o meglio così pensano gli stessi che non parlano mai e che fanno ginnastica in studio.

Paziente NEVROTICO: Ossia chi detiene (come direbbe il mio amico Brullo) una NEVROSI. In pratica chi è un po’ scombussolato, ma distingue ancora la fantasia dalla realtà.

Paziente PSICOTICO: Paziente munito di PSICOSI. Un buon esempio sono gli schizofrenici che non prendono farmaci. Sentire voci inesistenti è un buon indizio di psicosi, o in genere non sapere bene che cos’è la realtà, non sapere in che luogo o in che tempo ci si trova, ecc… A livello giudiziario non avere contatto con la realtà è garanzia di essere dichiarati “incapaci di intendere e di volere”, ossia di non finire dietro alle sbarre. E’ pertanto uso che l’avvocato dell’accusa cerchi di sostenere che l’imputato è in grado di distinguere la realtà anche di fronte a lampanti casi di follia.

Psicopatico: Etichetta molto in voga ma affatto chiara che viene di solito attribuita a coloro che fanno cose da pazzi senza però essere pazzi. Il termine manca dal Manuale Statistico Diagnostico della Società Psichiatrica Americana (la BIBBIA di ogni terapeuta o diagnosta, ovviamanete molto criticato anch’esso), ma ciò non ha impedito a nessuno di continuare ad usarlo. Nel DSM IV è sparpagliato tra “Disturbo asociale di personalità”, vari altri disturbi di personalità e “Disturbo borderline di personalità”.

E’ luogo comune pensare che gli psicopatici siano molto intelligenti, privi di senso morale e di empatia, portati a manipolare gli altri senza rimorso. Di fatto la maggior parte dei serial killer catturati sono stati definiti “psicopatici” se sapevano contare fino a quattro.

E con questi utili strumenti, ecco che potete iniziare:

Gli aggiornamenti arriveranno ogni pochi giorni e in caso di necessità il GLOSSARIO sarà rimpolpato. Enjoy.

CHAPTER ONE

A volte le sembrava di nuotare nella colla. Era sempre di fretta, non aveva mai tempo.

Claire sapeva che la frase “Non ho tempo” era una delle più frequentemente usate a New York City, ma lei non aveva veramente tempo. Quando parlava con qualcuno, invariabilmente di fretta, era sempre sul punto di sbottare: “Non puoi dirlo con meno parole?”. Le sembrava che gli altri divagassero apposta, boicottassero i suoi tentativi di risolvere le questioni in un tempo ragionevolmente breve.

La sera, prima di addormentarsi, aveva così tante cose a cui pensare che le ci voleva un’ora solo per immaginare il sommario.

Per riuscire a trovare un buco libero ci aveva messo tre settimane. Tre settimane per prendere un appuntamento col suo collega dello studio affianco.

Lei e Mark erano una sorta di amici, si sarebbe potuto dire, se non fosse che gli amici ogni tanto si parlano anche.

Be’, quella sera lo avrebbero fatto.

Erano le undici e mezza, e Claire sapeva di doverlo ringraziare per aver tenuto aperto lo studio per lei. Sebbene tra le loro porte non ci fossero che dieci metri erano almeno due anni che non ci metteva piede.

La sala d’attesa, attraverso la quale passò velocemente, aveva le pareti bianche e lisce, non molto diverse da quelle della sua. Alcuni paesaggi impressionisti sembravano navigare nel vuoto. Erano riproduzioni di scarso valore, e in questo i due studi si differenziavano. Claire aveva ravvivato il suo con dei piccoli bonsai.

La scrivania della segretaria era vuota, ovviamente. Claire non aveva una segretaria, l’ultima aveva gettato la spugna tre mesi prima e lei non aveva trovato il tempo per cercarne una nuova. Bussò delicatamente alla porta ed entrò.

Mark si alzò da dietro alla scrivania e le andò incontro. Piccolo di statura, i capelli grigi e gli occhiali senza montatura, Claire pensava che a modo suo fosse un uomo attraente.

“Pensavo che mi avessi bidonato” disse, con un sorriso, baciandola sulle guance con fare indulgente.

Claire guardò l’orologio. Le undici e trentacinque.

“Mi dispiace. Sei stato così gentile e…”

“Non ci pensare. Siediti. O sdraiati, se preferisci.” Le indicò il divano. Era uno di quei classici aggeggi da psicoanalisi, di pelle nera e poco imbottito, e Claire ci si sdraiò lentamente sopra.

“Dio, si sta bene. Erano anni che non provavo uno di questi.”

“Dai tempi della formazione?”

Claire rise. “Santo cielo, no. Lo sai che ho fatto psicoterapia psicoanalitica, non psicoanalisi. No, dai tempi in cui andavo a letto con il mio didatta, piuttosto.”

Sentì Mark che rideva, mentre si sedeva sulla poltrona alle sue spalle.

“Oh, ti prego… non metterti lì. Non ho bisogno di una terapia. Mi sono sdraiata perché sono stanca, e perché è rilassante.”

“Mi indurrai a pensare che cerchi un po’ di contenimento emotivo” continuò a ridacchiare, lui. Poi trascinò la poltrona affianco al divano, in modo che lo potesse guardare in faccia, se le andava.

Claire sospirò. “Mio Dio, potrebbe anche essere. La verità è che mi sento a pezzi. Mi sembra di non fare altro che lavorare.”

“Claire, tu non fai altro che lavorare.”

“Touchè.”

“Allora, dimmi perché mi hai chiesto, anzi, mi hai scongiurato di riservarti un’ora.”

Lei sospirò. “Per questo. Mi serve un suggerimento. Suggeriscimi una tecnica di coping… non so. Ho pensato che forse uno che aveva a che fare con nevrotici tutto il tempo potesse aprirmi una prospettiva diversa.”

“Raccontami come ti senti.”

“Ah… bene. Mi sento… non oppressa. Oppressa non è la parola giusta. Mi sento rigida. Mi sento come se l’autocontrollo stesse prendendo il sopravvento. Capisci cosa intendo?”

“Onestamente no. Raccontami una tua giornata tipo.”

Claire sorrise. Mark era in gamba. Non in gamba come lei, naturalmente, ma la sua voce era terribilmente charmant, i suoi modi così… soffici.

“Mi sveglio la mattina alle sei, mi faccio la doccia, mi vesto e mi trucco, controllo in internet le quotazioni dei miei titoli. Faccio sempre colazione al bar sotto casa. Prendo una tazza di caffè nero, di solito. Poi… be’, lo sai, dipende dalle giornate. Di solito alla mattina vado nei penitenziari. Ho quattro clienti, adesso. Due mattine alla settimana ognuno… sì, lo so: non dirmi che una settimana non ha otto giorni ma sette. Sarebbe bello se fossero otto.”

“Stai accelerando, lo senti?”

Claire sospirò di nuovo. Era vero, aveva iniziato a parlare sempre più veloce. Prese un lungo respiro e cercò di rilassarsi sul divano.

“Sai più o meno come funziona il mio lavoro, no? Di solito sto lì dalle sette, sette e mezza, a mezzogiorno. Nella pausa pranzo ne approfitto per buttare giù le mie note. Di solito mangio un tramezzino, a volte niente, se non ho tempo. Ma non è questo il punto… non sono denutrita, se è questo che pensi.”

Mark rise. “No che non lo penso. Sei in forma, stai bene. Come diavolo fai?”

“Chi lo sa. Forse lo stress giova alla muscolatura. Sai, contrai e rilassa, contrai e rilassa…”

“E quand’è che ti rilassi?”

“Quando sono coi pazienti. A comando, ovviamente. È una bella fatica essere sempre al top. Mi piacerebbe poter rilassare anche il cervello, una volta ogni tanto.”

“Davvero. E dopo pranzo cosa fai?”

“Ah, qui c’è grande variabilità. In tutto c’è grande variabilità. Innanzitutto ho sempre un sacco di roba giudiziaria a cui badare…” scosse la testa, come faceva a spiegarlo?

“Deposizioni in tribunale?”

“Sì, anche. Commissioni per la libertà sulla parola, semi-libertà, arresti domiciliari, permessi brevi… di solito non testimonio ai processi. Anzi, penso di non averlo mai fatto.”

“E perché?”

Claire sorrise. “Vuoi alzare la mia autostima, vero?”

“Ok. Era una manovra un po’ sfacciata. Dimmelo lo stesso.”

“Perché i miei clienti sono già stati giudicati. Io non faccio profile. E di solito non escono. E quando escono… rigano dritto.”

“Ah… volevo sentirtelo dire!”

“Dio, Mark… non è che non so di essere brava. La mia autostima è ok.”

“Continua con la giornata, allora.”

Lei aggrottò leggermente le sopracciglia. “Al pomeriggio spesso vengo allo studio. Dall’… ah, dall’una e mezza alle sette?”

“Se non lo sai tu.”

“Sì, più o meno è così. Ricevo quelli che sono a piede libero, si potrebbe dire. Parenti, genitori, amici…”

“E hai veramente necessità di parlare con loro?”

“Santo cielo, sì. Fa parte del rapporto terapeuta-paziente.”

“Io non faccio niente del genere.”

“Tu non lavori con gli psicopatici.”

“Ho letto qualcuno dei tuoi articoli.”

“Già. Quelli mi portano via la serata, insieme alle relazioni… a tutte le cartacce.”

“A che ora vai a dormire?”

“A mezzanotte. All’una. A volte non dormo del tutto, se ho da leggere qualcosa.”

“Vuoi dormire, ora?”

Claire aprì gli occhi, giusto per vedere se non stava scherzando. Apparentemente no.

“Ah, mi vuoi scaricare così?” scherzò.

“No davvero. Io resterò qua, a vegliare sui tuoi sogni.”

Claire scosse la testa. “Non ce la farei mai. Dio… con te che mi guardi!”

“Provaci. Passi il tuo tempo con i peggiori assassini e hai paura di addormentarti in presenza di un innocuo analista?”

“Inizio a pensare che tu non sia affatto innocuo.”

Lui tacque, aspettando che lei facesse quello che lui le aveva chiesto, o che almeno ci pensasse sopra. Claire pensava alla svelta e decideva ancora più alla svelta. Si girò su un fianco e chiuse di nuovo gli occhi.

Okay, per oggi è tutto. Va da sé che le domande sono ammesse.

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Informazioni su Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice. Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo. Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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  1. gh7 ha detto:

    Il racconto sembra in effetti interessante, ma anche su un 17″ flat è impossibile leggere più di 15 righe con font nero su fondo blu scuro.
    G.

  2. sraule ha detto:

    sì, hem… devi sapere che io sono un po’ impedita con l’html, ma se ci riesco cercherò di dare un fondo bianco. grazie!

  3. gh7 ha detto:

    Ah, e un altro dettaglio: perché i nomi stranieri? Mi pare che non aggiungano ‘sto gran che alla storia. Mark può ben essere Marco e Claire non perde in fascino se si chiama Clara o Chiara (nome bello, ma oggi troppo diffuso).

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